Introduzione
Cos'è il Bilancio di genere, come è organizzato, le analisi e la visualizzazione grafica
In occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne, l'Ufficio di Statistica della Regione Emilia-Romagna presenta come ogni anno una serie di indicatori chiave per le analisi sui temi delle pari opportunità di genere. Tali indicatori trovano naturale collocazione all'interno del Bilancio di genere della Regione Emilia-Romagna e contribuiscono a delineare un contesto di partenza sulla base del quale definire le azioni volte alla parità di genere e determinarne l'impatto.
Il Bilancio di genere è uno strumento previsto dalla legge quadro per la parità e il contrasto alle discriminazioni di genere (legge 6/2014 della Regione Emilia-Romagna).
Esso costituisce un tassello importante nello sviluppo di politiche di pari opportunità, che tengano cioè conto della differenza tra uomini e donne, permettendo di utilizzare le risorse pubbliche con sempre maggiore equità nei confronti della cittadinanza. Questo anche grazie alla possibilità, attraverso dati e analisi statistiche, di valutare in maniera più puntuale le azioni intraprese e calibrare le priorità di intervento in una prospettiva di interesse generale, con effetti positivi per l'intera società. Il Bilancio di genere si configura quindi come uno strumento di trasparenza e di equità.
Quest'anno si è concluso il processo di digitalizzazione del Bilancio di genere della Regione Emilia-Romagna, finalizzato a semplificarne la consultazione e migliorarne la lettura, in particolare rafforzando la connessione tra dati, analisi e azioni.
Il Bilancio di genere è di competenza della Direzione generale Cura della persona, salute e welfare, Settore Politiche sociali, sociosanitarie, pari opportunità. È in capo all'Ufficio di Statistica la produzione di dati e analisi utili a evidenziare l'eventuale presenza di differenze di genere nei vari ambiti di vita dei cittadini.
Il Bilancio di genere è costruito seguendo l'approccio Sviluppo umano, una visione dinamica che si basa sul processo di costruzione del ben-essere individuale, nella sua multidimensionalità e complessità, che ha portato alla individuazione di nove dimensioni di Ben-Essere, dedicate ai vari ambiti di vita dei cittadini, ognuna rappresentata attraverso una pluralità di indicatori declinati in ottica di genere.
Le dimensioni del Ben-Essere sono:
- Lavorare e fare impresa
- Accedere alla conoscenza e alla cultura
- Partecipare alla vita pubblica e convivere in una società equa
- Prendersi cura degli altri
- Muoversi nel territorio
- Vivere una vita sana
- Vivere in luoghi adeguati e sicuri e in ambiente sostenibile
- Prendersi cura di sé: sport, svago, godere della bellezza e della cultura
- Accedere alle risorse pubbliche: servizi e trasferimenti
Per ciascuna delle nove dimensione del Ben-Essere sono disponibili:
- una analisi riferita all'ultimo anno di rendicontazione delle azioni del Bilancio di genere, con evidenza delle dinamiche in atto,
- una visualizzazione grafica interattiva di dati, che mostra gli indicatori di contesto selezionati per descrivere l'ambito in maniera multiforme, anche nella sua evoluzione in serie storica.
L'insieme degli indicatori scelto non è statico, ma potrà essere sviluppato e arricchito nel tempo sulla base dell'emergere di nuove fonti e di variazioni di contesto che meritano di essere rappresentate.
Una sintesi dell'analisi del contesto del Bilancio di genere
Ancora evidente il divario nel tasso di occupazione tra donne e uomini
Un dato costantemente positivo che caratterizza l'Emilia-Romagna, se confrontato con il livello medio italiano, è quello dell'occupazione femminile che nel 2024, per la classe 20-64 anni, si attesta al 68%, oltre 10 punti in più del valore nazionale, fermo al 57,4%. Non migliora però il gap negativo con il livello maschile (83,3%), che nell'ultimo quinquennio resta costantemente attorno ai 15 punti percentuali. Stiamo parlando di circa 875 mila donne e 1 milione 77 mila uomini residenti in Emilia-Romagna che lavorano.
Considerando la distribuzione del tasso di occupazione regionale per classi di età, il valore più elevato per le donne si riscontra nella fascia 45-54 anni (80,3%) e il gap con il corrispondente valore per gli uomini si riduce a circa 13 punti percentuali. Il gap più elevato, quasi 18 punti percentuali si trova nella fascia di età 35-44 anni dove il tasso di occupazione femminile si attesta al 75% a fronte di quasi il 93% della popolazione maschile (tavola Popolazione e occupazione per genere, istruzione ed età. Emilia-Romagna - Anno 2024 (CSV - 1,0 KB)).

Considerando il titolo di studio, a fronte di un gap complessivo di circa 15 punti percentuali a sfavore delle donne, tra i laureati la differenza si riduce a poco meno di 8 punti percentuali. Pur confermandosi la relazione positiva tra aumento del livello di istruzione e riduzione del divario occupazionale a sfavore delle donne, nel corso del 2024 si è osservato un peggioramento di tale scostamento.

Per le donne part-time volontario come scelta di conciliazione
A fronte di buoni livelli occupazionali, non bisogna sottovalutare il fatto che le donne sono più presenti nell'area del disagio occupazionale, cioè tra i lavoratori temporanei non volontari e tra i part-time involontari. In aggiunta, anche quando il lavorare in part-time appare come una scelta volontaria, le motivazioni possono nascondere una scelta "obbligata" da circostanze che agiscono in maniera differente per donne e uomini.
In generale, nella fascia 20-64 anni il lavoro part-time è molto più diffuso tra le occupate (28,4%) che tra i coetanei uomini (5,5%). Questo si verifica sia quando il part-time è involontario, cioè si accetta un lavoro a tempo parziale perché non se ne è trovato uno a tempo pieno (11% tra le occupate e 2,8% tra gli occupati) sia quando il part-time è volontario cioè è stato cercato direttamente un lavoro a tempo parziale (17,4% tra le occupate e 2,7% tra gli occupati). Se però si vanno a indagare le motivazioni del part-time volontario, emerge chiaramente il ruolo di conciliazione della scelta di questa modalità di lavoro. Infatti, per 65 donne su 100 la scelta è guidata da motivi familiari quali prendersi cura dei figli e/o di altri familiari non autosufficienti, occuparsi della casa, avere in generale più tempo da dedicare alla famiglia. Al contrario, per gli uomini in quasi 87 casi su 100 la motivazione è personale tra cui avere un secondo lavoro, studiare o seguire corsi di formazione, problemi di salute, prendersi più tempo per sé stessi.
In termini di occupazione, l'avere figli in età prescolare penalizza le donne...
Che i figli molto piccoli possano ancora comportare limitazioni per le madri è testimoniato anche dall'indicatore del rapporto tra i tassi occupazione delle donne (25-49 anni) con figli in età prescolare (0-5 anni) e delle donne senza figli. Nel 2024, in Emilia-Romagna, tale rapporto si attesta sul valore di 81, vale a dire che il tasso di occupazione delle donne (25-49 anni) con figli in età pre-scolare è del 19% inferiore a quello delle donne senza figli. Un valore sostanzialmente stabile nell'ultimo quinquennio e superiore sia al valore nazionale, dove lo scarto si attesta a circa il 25%, sia a quello dell'intera area Nord-est (22%).
... nonostante la buona offerta sul territorio di servizi dedicati a infanzia e adolescenza...
La differenza continua a rilevarsi anche in un territorio come quello emiliano-romagnolo, dove la rete di sostegno è capillare sia per quanto riguarda i servizi dedicati a infanzia e adolescenza sia per quanto riguarda i servizi di assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti (questi ultimi anche grazie al forte investimento del FRNA, con risorse regionali); rete che, probabilmente, fornisce un contributo essenziale ai valori migliori che si osservano rispetto ad altre realtà.
L'Indagine su nidi e servizi integrativi per la prima infanzia per l'anno educativo 2023/2024 mostra come il 93,6% dei Comuni dell'Emilia-Romagna offre tali servizi e che questi comuni raccolgono il 99,5% della popolazione emiliano-romagnola residente.
In un confronto con la media della ripartizione Nord-est, gli stessi servizi sono offerti dal 90,9% dei Comuni e quindi al 96,4% degli abitanti; ancor più ampia è la distanza con il livello nazionale (poco più del 69% dei Comuni ove si concentra oltre il 90% dei residenti). Il rapporto "L'offerta educativa 0-6 in Emilia-Romagna. Dati dell'anno educativo e scolastico 2024-2025" pubblicato dalla Regione Emilia-Romagna evidenzia una offerta di 1.290 servizi educativi per la prima infanzia per l'anno educativo 2023/2024 a cui risultavano iscritti, a fine 2024, 38.430 bambini fino a 2 anni compiuti, pari al 44,1% dei bambini fino a 2 anni compiuti residenti in Emilia-Romagna. Un valore che avvicina il territorio emiliano-romagnolo all'obiettivo europeo del 45% fissato per il 2030.
Al 31 dicembre 2023 in Emilia-Romagna risultano attive 1.947 strutture residenziali con un'offerta complessiva di 44.908 posti letto. I posti letto sono offerti in netta prevalenza in strutture socio-sanitarie (36.354 posti letto sui quasi 45 mila complessivi), con alto livello di assistenza sanitaria (circa 25 mila posti) e con un target di utenza prevalente di anziani non autosufficienti (33.913 posti letto pari al 75,5% del totale). In termini relativi, l'offerta emiliano-romagnola si attesta a circa 1.008 posti letto ogni 100.000 abitanti, valore superiore alla media nazionale di 722 posti letto ogni 100.000 abitanti ma leggermente inferiore alla media del Nord-est (1.047 posti letto ogni 100.000 abitanti).
Titoli di studio universitari più diffusi tra le donne
L'istruzione e la formazione continuano a essere una delle chiavi per ridurre le differenze di genere in termini occupazionali, sia attuali sia in prospettiva.
Considerando il livello di istruzione della popolazione, emerge che le donne ormai da tempo raggiungono un livello mediamente superiore a quello degli uomini in tutti i paesi Europei. Ciononostante, l'analisi approfondita dei percorsi, dei settori in cui tali livelli vengono raggiunti, e delle carriere successive, evidenziano ancora la persistenza di ampie disuguaglianze di genere; queste si riflettono sulle carriere lavorative e sulla possibilità di accesso a posizioni lavorative in ambiti chiave per il futuro, ad esempio quello delle professioni a elevata competenza digitale.
Nel 2024 in Emilia-Romagna circa il 25% della popolazione nella fascia 25-64 anni aveva acquisito un titolo di studio terziario, vale a dire un diploma universitario (vecchio ordinamento), una laurea biennale o specialistica, una laurea a ciclo unico (vecchio ordinamento), un diploma AFAM o un titolo post-laurea. La differenza di genere è significativa e mostra come tale percentuale sia più elevata tra le donne (29,5%) che tra gli uomini (20,4%).
Sono soprattutto le generazioni più giovani ad avere realizzato il sorpasso: nella classe di età 25-34 anni il 45% delle ragazze ha un titolo di livello universitario o equivalente, contro il 29,5% dei loro coetanei. A livello nazionale tali valori sono al 38,5% per le donne, al 25% per gli uomini.

Presenza femminile più bassa nei percorsi di laurea del gruppo scienze e ingegneria
A fronte di questo, persiste una sorta di segregazione dei percorsi di studio: le donne sono sovrarappresentate in settori disciplinari a cui afferiscono ruoli tradizionali, come salute, welfare, scienze umane e insegnamento. I corsi di laurea afferenti al gruppo scientifico e al gruppo ingegneria continuano a essere a predominanza maschile anche se il divario va riducendosi nel tempo. Considerando i corsi di laurea afferenti alle cosiddette materie STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), nell'anno accademico 2023/2024, in Emilia-Romagna, la presenza femminile di attesta a poco meno del 38% e scende ulteriormente al 17,5% se si considerano solo le lauree del gruppo disciplinare "Informatica e tecnologie ICT".
Donne lavoratrici più frequentemente in condizione di sovraistruzione
In aggiunta, si riscontra ancora una ulteriore criticità in termini di ritorno occupazionale: se è vero che tra i laureati il gap occupazionale donne-uomini si dimezza, è anche vero che è più frequente per le donne trovarsi ad avere un titolo di studio superiore a quello richiesto dal mercato per svolgere quella data attività. A dimostrazione di questo, in Emilia-Romagna, nel 2023, la percentuale di occupati sovraistruiti è del 29,9% tra le occupate e del 26,2% tra gli occupati. A livello nazionale i valori non sono molto diversi (donne 29,4%, uomini 25,4%), ma la stima dell'indicatore per la sola popolazione degli occupati laureati nella fascia 25-64 anni – non disponibile distinta per genere a livello regionale – indica da un lato una minore incidenza di occupati sovraistruiti tra i laureati (20,2%) dall'altro un aumento del gap di genere con diffusione pari al 24% tra le donne e al 16,5% tra gli uomini.
Poco più di un quinto delle imprese ha connotazione femminile
A fine 2024 le imprese femminili attive in Emilia-Romagna sono 83.092, pari al 21,4% del totale delle imprese regionali (388.601). L'analisi per settore di attività dell'impresa rispecchia a grandi linee l'analisi per settore di attività degli occupati. La quota più elevata di imprese femminili si riscontra nel settore "Altre attività dei servizi" ed è pari al 57,3%; all'interno di tale macrosettore, spicca la presenza di imprese femminili nell'ambito delle attività di servizi alle persone (66,4%).
In aumento l'attenzione per i temi ambientali
Nell'approccio di sviluppo umano adottato nel bilancio di genere della Regione Emilia-Romagna, sono indagati anche alcuni indicatori relativi alla percezione dei luoghi pubblici e privati, alla qualità di questi ambienti, alla mobilità sul territorio, elemento quest'ultimo che ha acquisito negli anni un ruolo sempre più importante rispetto al benessere dei territori e dei cittadini. Si tratta di aspetti non secondari in quanto la possibilità di poter usufruire di uno spazio sicuro e adatto alle proprie esigenze incide sulla salute fisica e mentale delle persone creando o meno le condizioni per l'attivazione di altre capacità.
Donne e uomini mostrano sostanzialmente lo stesso livello di preoccupazione per il deterioramento del paesaggio, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. Una quota sostanzialmente simile di donne e uomini, e tendenzialmente in crescita nell'ultimo decennio, considera infatti tra i cinque problemi ambientali più preoccupanti il cambiamento climatico, l'aumento dell'effetto serra e il buco dell'ozono nonché l'estinzione di specie vegetali / animali.
Riepilogo dei contenuti
Il Bilancio di genere della Regione Emilia-Romagna
Iniziative e comunicati della Regione Emilia-Romagna
Rilevazioni e analisi Istat
Documenti
Ultimo aggiornamento: 18-03-2026, 12:36
Immagine di anteprima: Foto di fernando zhiminaicela (da Pixabay)